Viaggio in Tanzania del 19 maggio 2008

Dal 19 maggio 2008 al successivo 11 giugno, le Dottoresse Maria Elena Perfumo e Anna Caviglione e Francesco Cargiolli, vice presidente dell’associazione, sono andati a fare visita ai nostri amici africani dell’ospedale Tumaini e alla parrocchia di Padre Liberatus.
Il viaggio di andata è coinciso con quello di ritorno di P. Liberatus che in quel periodo era qui in Italia.
L’ospedale sta davvero diventando una bella struttura: sala operatoria e sala parto nuove,un inceneritore di rifiuti ospedalieri, una tettoia utilissima per ripararsi dal forte sole del giorno o dalle piogge durante la stagione piovosa per coloro che fruiscono dei servizi dell’ospedale nel day hospital (80-100 persone al dì) più altre strutture in procinto di inizio lavori come la lavanderia e la scelta del terreno per costruire l’ambulatorio- consultorio per chi è affetto da AIDS e, ovviamente completamente separato, una struttura pediatrica con sala medica annessa.
Mentre per la parte del day hospital la struttura lavora a ritmo sostenuto, la parte che riguarda la sala operatoria e i ricoveri stenta a partire. Le cause sono di tipo amministrativo interno e più in generale per il confronto con la sanità tanzaniana e le sue norme.
Speriamo che questi intoppi amministrativo-burocratico-economici si siano risolti con successo. Durante la permanenza in Tanzania il gruppetto si è diviso in due: le dottoresse sono rimaste al Tumaini per quasi tutto il periodo prestando la loro opera professionale, mentre Franco è andato a conoscere la realtà della parrocchia di P. Liberatus, a Nyakipambo situata sulle montagne a sud a 1300 metri.di altitudine (al mattino e alla sera era necessario un giaccone invernale e il berretto di lana)
Questa missione, trascurata dalla Diocesi di Iringa per diversi anni, è bisognosa di tutto.
La zona è agricola e vi si coltivano principalmente il mais e i fagioli e diversi allevano mucche.
La parrocchia copre un territorio molto vasto, con 12 villaggi, ma quello che più ha bisogno di aiuto è proprio quello dove è situata la missione.
Non c’è acqua se non un rivoletto minimo, come un rubinetto appena aperto, che viene utilizzato per bere (dopo aver bollito l’acqua) e per lavarsi, dopo aver riempito un secchio. C’è un tubo d’acqua ma è buona solo per una limitata irrigazione (non è molta) perché è marrone, cioè piena di fanghiglia sciolta. Neanche per le bestie.
Circa 300 metri in basso c’è un corso d’acqua che gli abitanti del villaggio utilizzano per gli usi alimentari, per lavare gli indumenti e per abbeverare gli animali. Durante la stagione secca (da novembre a gennaio) la utilizza anche la missione perché il rivoletto detto prima si secca.
Altro problema è il dispensario.
La struttura è solida, ben costruita ma bisognosa di una buona ristrutturazione, soprattutto la parte della sala medica, sala parto e sala del dottore (o meglio, infermiere), mentre il resto necessita di una buona igienizzazione (un paio di mani di pittura) e di un paio di buoni servizi igienici.
Poi c’è il problema dei bambini in età prescolare, quelli dell’asilo.
In quella zona non esiste e i bimbi sono spessissimo utilizzati per fare i mandriani vestiti di stracci, vivendo a contatto col terreno contraendo spesso malattie da infezioni, da scabbia, da punture di insetti e in genere da sporcizia.
Ma P. Liberatus sostiene che c’è oltre a questi anche un altro motivo per fare un asilo per questi bimbi e cioè che il mandarli alla scuola materna prepara la loro mente allo studio successivo della scuola che poi faranno, permettendo loro un migliore profitto scolastico e aiutandoli nella loro emancipazione.
Dopo la scuola dell’obbligo (sono 7 anni) alcuni tornano a fare i contadini coi loro genitori, altri si ingegnano a fare lavori di altro genere e altri emigrano per cercare fortuna nelle grandi città dove spesso finiscono preda della delinquenza, della prostituzione femminile e maschile contraendo poi l’AIDS e tornando al paese in una bara.
Per cercare di arginare questo, P. Liberatus sta costruendo due scuole professionali di sartoria e falegnameria con dormitorio, maschile e femminile, dove i giovani possono imparare un mestiere.
Per spostarsi il Padre usa una piccola Jeep davvero precaria che ha già avuto la funzione di carro funebre, di ambulanza per malati e per partorienti, di furgoncino per materiali…che si è rotta un paio di giorni prima che Franco partisse.
Però forse amici del nord Italia glie ne regaleranno un’altra.
La capacità di aiutarsi aiutando i suoi parrocchiani, P. Liberatus ce l’ha.
Ha un allevamento di maiali e di mucche e ogni tanto ne vende una per macellarla ricavando così qualcosa per la benzina, e per pagare i lavori che vengono fatti dagli operai.
Inoltre ha comprato un mulino per macinare il mais, facendo così che i coltivatori non debbano fare parecchi chilometri per vendere il mais, macinandolo quindi lui creando un abbozzo di cooperativa che alleggerisce il lavoro e fa stare meglio tutti.
C’è anche un gruppo elettrogeno ma in quel periodo era guasto e così alla sera si stava con la lampada a petrolio. Molto romantico.
Due parole per la gente del posto: cordiali, discreti, generosi. Vale la pena aiutarli: hanno buona volontà.
Stanno costruendosi la loro nuova chiesa senza chiedere aiuti a nessuno; a turno la gente dei villaggi fa i mattoni, scava, impasta la malta, un po’ con lo stesso spirito che animava anticamente il popolo quando costruiva le cattedrali, cioè sentendole proprie avendoci lavorato per edificarle.
Alla fine, un paio di giorni di turismo e poi il ritorno. Tutti sono tornati più arricchiti dentro.