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Testimonianze

Progetti > Caritas Migranti di ritorno
      I sogni di David, orafo del Sahel
Sono passati oltre vent’anni da quel giorno. Il sei aprile del 1966 David era ancora adolescente ma ricorda tutto. Provate a chiedere a qualunque abitante di Monrovia e ve lo dirà. Nulla di peggiore avrebbe potuto accadere di quanto era successo. I quartieri della capitale, le case, i cortili, le chiese, le moschee, i mercati e perfino l’oceano Alantico erano in fiamme. Una guerriglia urbana che avrebbe traumatizzato i liberiani per sempre. David era scappato, come maggior parte degli abitanti della città. Anni di esilio in un campo per rifugiati in Ghana. In quegli anni ha imparato l’altro mestiere. Da elettricista a orafo, fabbricando gioielli con l’oro trafficato delle frontiere. David è poi andato in Nigeria per qualche anno, non senza aver avuto una figlia strada facendo. Pensava di trovare lavoro in Algeria ma invano. Torna a Monrovia ormai grande e non sa ancora da dove ricominciare a cercare la pace. Perduta e mai ritrovata da allora.
I sogni lo accompagnano ogni notte. Rivede le armi, i ribelli e la gente che fugge. Ogni notte da quel giorno. Per tutti questi anni questo è l’unico incubo che popola i suoi sogni. Teme di prendere sonno e solo quando si avvicina l’alba i disegni dell’aurora ispirano i ricami per i suoi gioielli senza acquirenti. Sogni armati dalla paura che non se ne vanno. Chiede come fare a dormire tranquillo, come prima, senza essere visitato dalle armi. La madre di sua figlia, gli hanno annunciato per telefono, è morta di una malattia chiamata Ebola. Troverà sua madre e la figlia già grande da sposare come si addice all’attesa normalità . Sognava lo stesso sogno anche in carcere. In Algeria l’hanno arrestato perché senza documenti. Un mese di detenzione e il foglio di via in perfetto arabo che neppure lui intende. Gli serve come lasciapassare alla frontiera militarizzata col Niger. Sognava la stessa cosa di sempre. Uomini armati che entrano nel sogno e lo cercano, lui l’elettricista diventato orafo.
Il sogno di David era quello di passare il mare e lasciarsi dietro per sempre l’incubo che lo accompagnava dal sei di aprile del 1996. Vent’anni armati di notte e senza fissa dimora di giorno. Sfollato, rifugiato, migrante, detenuto e soprattutto fuggiasco. David si chiama pure OLDMAN, uomo vecchio, anziano, saggio, stanco, passato. Un vecchio sogno che torna e che voleva esportare e poi abbandonare nel mare, tra le onde che dei sogni sono la tomba. Non sapeva, David, che il suo sogno armato avrebbe trovato muri, reticolati, centri di detenzione che avrebbe dovuto identificarlo e poi rimandarlo a casa con lo stesso sogno. David non immaginava che il suo incubo ne avrebbe trovato altrettanti sparsi sulle spiaggie, abbandonati da tutti. E’ tornato dall’Algeria con una borsa con dentro niente. La teneva nascosta per pudore e solo alla fine ha confessato che per raggiungere Niamey ha dovuto vendere il cellulare e poi chiedere l’elemosina di un biglietto da camion.
Chiede come fare a smettere di fare quel sogno. Da oltre vent’anni lo stesso che non finisce fino al mattino. Si sveglia e ricorda il sogno che lo pedina anche di giorno come un’ombra fedele. Elettricista oppure orafo, la differenza non è poi tanta. Per entrambi i mestieri si tratta di fili e di collegamenti. Proprio quelli che ha smarrito dal sei di aprile del 1996, nell’inferno di Monrovia che rimarrà negli annali della memoria della Liberia. Il sogno armato lo precede dovunque vada e finora non si è scoraggiato di aspettare che prenda sonno per riapparire. Era partito lontano con la speranza di seppellirlo per sempre nella sabbia del Sahel. Invece torna con lui e assieme sono partiti stamattina, un venerdì colto di sorpresa nel sonno.

mauro armanino, niamey, gennaio 017 
  Lo schermo migrante di Lamine, di ritorno a casa
L’ha comprato in Algeria e non vuole separarsene per nulla al mondo. Uno schermo con treppiede metallico rivestito di cartone per vedere le partite di calcio. Torno con quello e un sacco leggero che sembra sfiorare il mondo. Lamine era elettricista prima di passare la frontiera col Mali e l’Algeria dove credeva di trovare lavoro. Lui e Ali, giovani dello stesso quartiere e amici d’infanzia, in Guinea avevano smarrito il futuro. I soliti amici che assicurano il paradiso a portata di mano e il lavoro nei cantieri edili di Algeri l’avevano delusi. Derubati dai ribelli e poi venduti ad un connazionale, avevano raggiunto l’Algeria dopo aver pagato la liberazione in contanti mandati da casa. Tutto ben organizzato con tanto di agenzia di viaggi e destinazioni accessibili per l’Europa, l’Algeria e financo gli Stati Uniti d’America del muro col Messico. L’agenzia informa i gruppi ribelli dell’arrivo di mercanzia migrante e tutto fila liscio fino alla prossima tappa. La vendita termina col connazionale che li lascerà liberi di continuare il viaggio dietro il pagamento di un montante pena la tortura.
Così passano il tempo ad Algeri tra insulti, lavori occasionali e alla fine non pagati per mancanza di documenti. Assaltano Ali e lo lasciano mezzo morto lungo la strada. La vita dei migranti ha smesso di contare. L’Europa non solo esternalizza le frontiere ma le arma e le trasforma in campi di deposito per indesiderati. Ali arriva col braccio ingessato e per un pò non potrà guidare il camion, lui che da apprendista ha preso la patente di circolazione.Torna ingessato, coi calzini e le ciabatte da spiaggia. Ha venduto le scarpe per continuare il viaggio fino ad Agadez e poi a Niamey. Quanto a Lamine si sposta con lo schermo sottobraccio neanche fosse l’unico trofeo da viaggio da esibire. Potrà sbarcare il lunario proiettando sullo schermo gigante gli interminabili campionati di calcio dell’Europa. Inventa così una soluzione alternativa al mestiere di elettricista senza lavoro per i troppi tagli di luce nel suo paese. I due messi insieme formano un riassunto di odissea migrante che si giustifica con le politiche di esclusione dei poveri.
Lazare è invece rifugiato ormai da anni dalla Repubblica Centrafricana. Fabbrica bambole di pezza per i turisti che sono spariti nel nulla. Col filo di ferro come telaio e la collaborazione della moglie mettono sul mercato modelli di bambole sempre più piccole. Con o senza borsa da passeggio,c ol bimbo al dorso oppure coi capelli raccolti da un foulard. Gli ingredienti ci sono tutti e solo mancano gli acquirenti, spazzati via dal timore terrorista e le ribellioni tuareg. Erano scappati col precedente colpo di stato nel loro paese e nel Niger hanno trovato rifugio ma non lavoro, in genere riservato ai locali. C’è da pagare l’affitto da ormai tre mesi, la retta scolastica per la figlia e il cibo necessario per prendere le medicine di cui hanno bisogno per vivere. Le bambole di pezza sono esposte senza troppa fortuna al Grand Hotel di Niamey per i distratti e facoltosi viaggiatori dell’umanitario. Le mette una accanto all’altra neanche fosse una sfilata di moda nelle Parigi d’altri tempi. Rimpiange l’epoca d’oro del turismo di massa, quando persino le bambole erano più alte di statura.

mauro armanino, niamey, gennaio 017
Il sub-appalto del controllo della mobilità umana nel Sahel
Tutto si vende. Migranti, frontiere e dignità. A prezzo stracciato quest’ultima. La stessa politica e dunque la stessa economia giocano alternandosi a guardie e ladri. Si delocalizza dove costa meno la mano d’opera e dove sono assenti i controlli sindacali. Dove c’è più libertà di manovra per gli imprenditori e meno aggravio fiscale. E, a domicilio, da noi, tutto si subappalta. Mansioni particolari, indotti, cantieri, contrattuali, ditte e la politica. Subappalto al capitale globale di cui lo svizzero Davos è la retorica vetrina. Come stupirsi, dunque, se anche nel controllo della mobilità umana, passa la medesima logica mercantiista. In termini puliti questo si chiama esternalizzazione delle frontiere dell’Europa. In termini onesti si tratta di militari, muri, centri e deportazioni. Bell’Europa murata che esporta frontiere che congiungono i due mari, quello d’acqua salata e quello di sabbia, bagnato di lacrime. C’è da rivedere il tracciato dei confini territoriali.
Sulla carta, in Africa Ocidentale, c’è la libertà di circolazione di merci e persone. Patto sottoscritto e ora tradito. Se prima il povero Cristo si fermava a Eboli ora è bloccato ad Agadez e parcheggiato ad Arlit. Sono questi gli avamposti nigerini per il transito in Libia, Algeria, Marocco, Italia e infine Ventimiglia. Per gli stessi abitanti del Niger ora si è complicato persino il transito all’interno del proprio paese. Il crimine presunto è quello di migrazione illegale, irregolare e fastidiosa del sistema di dominazione globale. Per il bene dei migranti, per combattere i trafficanti e speculatori e dunque, in definitiva, per salvare vite umane. Questa la storia raccontata per giustificare il misfatto. Naturalmente si guarda l’ultimo segmento del tracciato. Si mostra al pubblico l’ultimo episodio della serie televisiva dedicata agli sbarchi e ai salvataggi dei canotti. In effetti la storia comincia molto prima, solo che sono solo i cacciatori che la raccontano.
C’è stato il colonialismo, noi che siamo andati da loro, poi le guerre che gli europei hanno chiamato mondiali. Migliaia di africani sono morti per la libertà del paese che li ha colonizzati. Segue poi il neo-colonialismo ideologico, politico ed economico. La pesca locale nei mari del Golfo di Guinea è stata smantellata da accordi, diritti comprati a suon di milioni che le élite africane hanno intascato. Centinaia di migliaia di pescatori sono scomparsi nel nulla. Gli accordi di partenariato commerciale hanno liquidato le imprese contadine a gestione famigliare. Libere volpi in libero pollaio è quanto ha guidato la logica che ha accompagnato i vari patti siglati finora. Quanto alle risorse minerarie, di cui l’Africa Occidentale è relativamente ricca, sono appannaggio di multinazionali che alla fine dividono coi locali le briciole di quanto rimane. E poi arriviamo al culmine che appare come il nuovo investimento sicuro: l’acquisto di terre.
I subappalti della gestione delle frontiere hanno incominciato in Mauritania e da lì si sono estese in Marocco. Ceuta e Melilla, enclavi spagnole in questo paese, sono circondate da tre gironi di fili spinati e lame taglienti. Si controlla il mare che separa il Marocco dalla Spagna con pattuglie e a volte si speronano i canotti con a bordo i contrabbandieri di futuro. Con l’Algeria la frontiera è regolata da un fossato abbastanza profondo da sconsigliare tentativi di passaggio. In Algeria i migranti senza documenti sono espulsi a centinaia e condotti di nascoscto nel deserto e ivi abbandonati. E infine ci siamo noi qui, nel Niger, gli ultimi arrivati nel CLUB dei GENDARMI per conto dell’Europa. Solo perché, con l’eliminazione violenta di Gheddafi, che organizzava campi di concentramento migranti, ora in Libia vige il prevedibile caos. In subappalto il controllo, l’arresto e infine la detenzione, secondo il piano previsto dall’Europa sono garantiti. Rimandare in Africa gli indesiderati e poi vedere cosa farne per sbarazzarsene definitivamente. Il Niger ringrazia per i milioni ricevuti in cambio del contratto. Chi sarebbero, dunque, i criminali da fermare?
Mauro Armanino, Niamey, Febbraio 017

La tomba di sabbia nell’esilio del Sahel
L’hanno scavata in nove con le pale in dotazione al cimitero di mattina presto. Il tempo di arrivare col taxi dopo aver annaspato a lungo prima di trovare i soldi della corsa di andata e ritorno. Lunga e profonda a sufficienza per custodire il feretro di compensato rafforzato da listelli incrociati senza scopo. Una tomba scavata nella sabbia nel nuovo cimetero cristiano di Niamey che non fa storie per ricevere i migranti. Non gli costa nulla dare loro un posto democratico accanto ai cittadini ordinari. Boby è nato da quarant’anni in Liberia nel mentre della guerra senza fine. Una vita fuggendo la guerra con la guerra che fugge la vita appena possibile. Finisce infine martedì scorso nella tomba di sabbia senza visto d’ingresso e permesso di soggiorno.Una tomba squadrata e profonda quanto basta per contenere nel grembo sabbioso il corpo di Boby deposto con cura nel feretro costruito per l’occasione dal falegname. Era rimasto in cella frigorifera per tre giorni, domenica compresa. Hanno lavato il corpo innaffiandolo neanche fosse l’ultimo fiore dell’anno prima di fargli indossare un vestito stirato per la circostanza. La maglietta solo deposta sul petto.
Prima di lui hanno pulito e poi arrotolato in una stuoia il corpo quasi pallido di un bimbo senza età. Il padre lo ha stretto tra le braccia e portato lontano, fino al cimero musulmano dall’altra parte della città. Dopo di che hanno deposto a fatica il corpo di Boby nel feretro di compensato rafforzato da listelli. I chiodi erano pronti per chiudere il coperchio dopo aver gettato l’ultimo sguardo al compagno appena partito dall’esilio all’altra terra. Latte e miele scorrono senza soluzione di continuità e l’acqua scivola cantando tra le rocce della foresta trasformata in giardino a seconda dei giorni e delle stagioni. Nella tradizione locale musulmana solo gli uomini hanno il diritto di stare accanto ai corpi dei defunti e di accompagnarli per la sepoltura. Alle donne va la nascita e agli uomini spetta di diritto la morte, almeno finora visto che la storia è fatta di guerre e di nascite occasionali. Il fetretro portato dagli amici fino al camioncino pronto per il trasporto col vigile a fermare il traffico davanti alla porta d’uscita dell’obitorio. Le luci lampeggiano nel viaggio e i veicoli che si incrociano dalla parte opposta si fermano per tradizione ormai consolidata di solidarietà tra viventi.
Quarant’anni di deserto e nessuna terra all’orizzonte. Il destino di Boby si è scritto su sentieri smemorati e piste carovaniere cladestine per aggirare i controlli della polizia di frontiera. Il Giordano e il Niger sono gli unici fiumi che ha attaversato forse senza saperlo e più nessuno fa cadere le mura della città di Gerico che circonda l’occidente. L’acqua per dissetare la sabbia della tomba e la preghiera di addio della moglie di Boby il cui nome significa ‘Gemella’, SIM, nella lingua della sua gente. Lei ha lasciato due figli in patria anni fa, prima di partire e uno di loro si è stancato di aspettare il suo ritorno di madre. Di lui ricorda il viaggio di ritorno e, ora di lui porta la traccia nella carne di donna e provvisoria sposa. Il test del sangue l’ha confermata positiva. Annuisce in silenzio come se tutto ciò fosse stato noto da tempo. Poi gli stessi che hanno scavato riempiono la buca di terra. Ha cominciato lei col buttare una manciata di sabbia che ha solo sfiorato il feretro facendo vibrare il silenzio dell’esilio. Prima di partire c’è chi pianta nella sabbia un ramo secco senza spine. Fiorirà la prossima stagione delle pioggie, a forma di croce.

mauro armanino, niamey, febbraio 017


 
 
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